Lettera 12, marzo 2026
Palma Soriano - Cuba
Vi è mai capitato di trovarvi in un luogo e provare la sensazione di essere come “dentro la Storia”? Magari durante un viaggio o al cospetto di un monumento.
Ovviamente ogni particella di quanto esiste porta con sé una storia, anche il cartello stradale sgangherato che da tantissimi anni ricordo presente in una stradina di campagna del mio paese.
Mi riferisco, piuttosto, a quei luoghi che evocano una grande storia, di quelle che si studiano a scuola o delle quali si scrivono libri. Penso a quando sono stato al campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia; o nella Basilica del Santo Sepolcro, a Gerusalemme; oppure mentre camminavo per la Piazza Rossa a Mosca o quando guardavo tutto attorno stando al centro di Piazza S.Pietro. O quando ho visitato Gaza, città orribilmente annientata con la sua popolazione; oppure in ciascuna delle Giornate Mondiali della Gioventù con i diversi papi che le hanno animate; o quando ho ascoltato i racconti di famiglie Jazite trucidate, nel Curdistan iraqueno; o tutte le volte che mi sono fermato dentro la Porziuncola, a S.Maria degli Angeli. E chissà quanti altri luoghi hanno avuto su di me questo effetto.
Non vuole assolutamente essere l'elenco di viaggi compiuti, compiuti, piuttosto sono il ricordo di situazioni che ancora oggi mi fanno pensare: “dentro la Storia”. Devo però dirvi il perché di queste considerazioni e questi ricordi ! I motivi sono due.
Il primo si riferisce allo scorso 25 marzo, quando abbiamo celebrato la Festa dell'Annunciazione: l'angelo Gabriele che annuncia a Maria di Nazareth l’inaspettata nascita di Gesù. È la definitiva mossa di Dio che sceglie di stare dentro la storia di questo mondo, totalmente compromesso, al punto da condividere appieno la nostra umanità, meravigliosa e fragile. È la sorprendente volontà di quel Dio che non solo si è fatto compagno di
cammino di un popolo, ma che ha scelto di porre la sua dimora in mezzo a noi fino alle estreme e ancora più sorprendenti conseguenze che celebreremo in questo imminente Triduo Santo della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù.
Un pensiero, questo, che ne ha innescato un altro collegato alla situazione qui in Cuba. Ciò che si vive è un'atmosfera che intreccia diversi e contrastanti sentimenti: la rassegnazione mescolata con speranza e rabbia; la sfiducia unita all'attesa e alla stanchezza; la frustrazione che cammina a braccetto con la paura e l'intraprendenza. Ma ciò che generalmente si percepisce è la consapevolezza di essere alla vigilia di un cambiamento storico, che inciderà sulla storia di questo paese-simbolo. Almeno la maggioranza lo spera. E forse anche lo teme, un cambiamento reale, perché significherà mettersi in gioco e non solo aspettare che altri
mettano a posto quanto si è guastato.
Percepire di essere in un momento storico, cioè capace di incidere sulla Storia (quella che si studia, della quale si scrivono fiumi di inchiostro) porta con sé anche una domanda che si trasforma in timore: può essere sprecato? Perché ci si può accontentare di stare un po’ meglio, di avere un po’ meno problemi da affrontare, di avere un po’ più di soldi in tasca senza faticare troppo. Oltretutto la sensazione che le decisioni vengano prese da altri, magari in luoghi lontani, nell'intento di perseguire i propri interessi, é palpabile.
Mi auguro che l'orgoglio di appartenere ad una nazione possa attivare una coscienza di popolo che abbia a cuore il popolo. Mi auguro che i cristiani, in nome della fede nel Dio della storia, si rendano protagonisti di questo cambiamento che non si potrà rinviare a lungo.
Il giorno precedente l'Annunciazione si è celebrata la “Giornata in memoria dei missionari martiri” (24 marzo, in ricordo dell'uccisione del vescovo salvadoregno Oscar Romero, oggi santo, avvenuta il 24 marzo 1980, mentre celebrava la Messa). In quell'occasione si è fatto riferimento anche ad una frase trovata scritta nel quaderno di un bambino di dieci anni, Abish Masih, rimasto ucciso in un attentato contro una chiesa cattolica in
Pakistan. Aveva scritto: ”Making the word a better place” (“Rendere il mondo un posto migliore”); il sogno/impegno di un bambino per essere protagonista, come lievito, di una umanità pacifica e fraterna. Un impegno apparentemente semplice, fatto di attenzioni, parole, scelte e gesti quotidiani concreti, ma capace di incidere nella Storia (anche se ciò non verrà scritto nei libri).
Sia questo anche l’augurio per tutti di una buona Pasqua di Risurrezione del Signore Gesù!
don Davide
Lettera 11, febbraio 2026
Palma Soriano - Cuba
Una persona mi ha inviato un messaggio per ricordarmi che non avevo ancora condiviso la lettera di febbraio. È vero!
Da un lato mi scuso perché la componente del “scrivo domani” ha avuto la sua parte. Ci sono, però, altri due aspetti: l'imminenza di una data per me simbolica (il 5 marzo dello scorso anno sono arrivato nella parrocchia di Palma Soriano dopo un viaggio durato 23 ore) e la speranza di poter offrire notizie positive sulla situazione cubana.
Anzitutto vorrei rassicurare tutti coloro che mi hanno chiesto se vivo situazioni di pericolo: no, per nulla! Oltretutto noi sacerdoti (per di più stranieri) viviamo una condizione molto privilegiata che, vi confido, spesso mi interroga.
Le notizie che ultimamente stanno circolando sui mezzi di informazione italiani descrivono, effettivamente, la gravità della situazione, cogliendo di sorpresa coloro che hanno continuato a considerare solo gli aspetti “vacanzieri” e folcloristici di questo paese, oppure che hanno dato credito ad una narrazione ideologica e falsata, fatta circolare per interesse. I riflettori mediatici su questa nazione si sono accesi anche grazie al riferimento che ne ha fatto papa Leone XIV ultimamente e alle pressioni militari ed economiche messe in atto nella regione caraibica. Ne esce un quadro deprimente che motiva l'ondata di partenze dal paese, che non si arresta, per sperare in un futuro migliore in altre nazioni: tra queste, molte delle migliori risorse umane (persone formate culturalmente e professionalmente) e moltissimi giovani. Ciò getta un'ombra sul futuro. È assolutamente necessario ripartire le responsabilità di quanto sta accadendo tra le componenti esterne e interne al paese. Come sempre è la gente “normale” a pagarne le conseguenze.
Anche la vita della Chiesa e delle comunità cristiane sta subendo gli effetti di questa situazione che perdura da anni: famiglie, catechisti, educatori, sacerdoti e diaconi si sono trasferiti all'estero, lasciando dei “buchi” nella pastorale e come una sensazione di abbandono o di invidia nascosta in chi rimane (non c'è alcun giudizio, solo una fotografia dello scenario). La generosità di parrocchiani, che si sono resi disponibili per svolgere i vari servizi, non compensa la mancanza, in molti, di formazione ed esperienza, essendo spesso neo-battezzati.
5 marzo. Da un anno sono qui. “Noi vogliamo andarcene e voi venite a vivere nel nostro paese!”, osservano talvolta le persone. Non è una scelta, è piuttosto la risposta ad un invito che viene dall'alto e sono contento di aver detto il mio: “Ci sto!”. Nulla di eroico, mi raccomando: sono moltissime le persone che, in tutto il mondo e spesso senza far rumore, stanno tentando di fare la loro parte per realizzare quanto annunciato e promesso da Dio per bocca dei profeti: “Giustizia e pace si incontreranno, si baceranno”. Stare accanto alle persone e alimentare la fede nel Signore Gesù è già percorrere questo cammino, in attesa dei frutti che certamente arriveranno. “Possiamo fare qualcosa per aiutarti, don Davide?”: domanda che frequentemente mi rivolgono. Per ora continuo a rispondere che tenersi informati su quanto accade nel mondo, come a Cuba, e pregare sono sostegni fondamentali.
Arriverà il tempo di essere operativi in altra maniera. Un saluto pieno di affetto e gratitudine a tutti! don Davide
Lettera 10, Gennaio 2026
Palma Soriano - Cuba
Mi capita di ritornare con il ricordo a situazioni, persone, gesti, parole, come se alcune immagini si imprimessero nella memoria con colori più marcati di altri. E non mi riferisco anzitutto a eventi straordinari: penso piuttosto a piccoli particolari.
In questa lettera di collegamento con voi ne condividerò alcuni dal sapore di quotidianità
Il profumo dei libri
In un recente incontro con il Gruppo giovani della parrocchia ho posto su un tavolo alcuni giochi, su un altro dei libri nuovi, su un terzo un computer che stava riproducendo un film. L'invito è stato di dividersi secondo i gusti e utilizzare questo materiale. La sorpresa è stata quando ho notato tre o quattro ragazze che, avvicinatesi ai libri, li aprivano e li annusavano con profondi respiri. “Senti questo profumo!”, “Ascolta questo com'è buono!”. Tra l’incredulo e il divertito ho chiesto loro cosa stessero facendo. “Padre, qui è impossibile trovare libri così: nuovi, con la carta lucida, con questi colori e questo profumo…”. È vero, anch'io qualche volta ho odorato libri o riviste nuove, ma un tale entusiasmo non l'avevo mai visto. A scuola o all'università i più grandi lavorano in digitale, non per amore dell'innovazione o per la tutela dell'ambiente, ma perché i testi cartacei non esistono. Oppure si usano le fotocopie, ma non è poi così semplice realizzarle. Nelle librerie si trovano prevalentemente libri che, per carta utilizzata e colori, mi ricordano i testi che in Italia si stampavano negli anni '50-'60.
Quelle ragazze e, in seguito, anche altri hanno chiesto di poter portare a casa quei libri per leggerli. (PS: obbiettivo raggiunto!)
Il nastro adesivo
Un signore, seduto sul marciapiede all'angolo tra due vie, stava accuratamente togliendo del nastro adesivo per imballaggi da uno scatolone. Senza dare nell'occhio, mi sono fermato ad osservare e, a conclusione di quell’operazione, ho compreso il perché: per accendere il fuoco di legna per cucinare il cartone è stato molto utile, ma l'innesco è stato dato dalla plastica del nastro. Non immaginate quanta gente utilizzi imballaggi di plastica per accendere o alimentare il fuoco. “Brucia come il petrolio!” (la nostra nafta o gasolio), dicono con soddisfazione. È vero che la maggioranza di queste cucine sono esterne, ma il fumo respirato è maledettamente nocivo.
(Nel sentimento popolare il catarro, cioè la tosse, è una delle malattie “lievi” più temute. Con quello che respirano…)
Biscotto e cerchietto
Capita, andando al campo, cioè in una delle comunità rurali nel territorio della parrocchia che visitiamo ogni due settimane, di portare un gioco e qualcosa per merenda da condividere dopo il catechismo dei bambini.
Qualche tempo fa, mentre le signore stavano distribuendo un biscotto ciascuno, ho preparato il gioco conficcando nel terreno un picchetto e ponendo dei cerchietti a distanza. Immediatamente si è formata una fila per poter lanciare i cerchietti e centrare il paletto. Ho notato che molti bambini non avevano mangiato il biscotto (pur desiderandolo, ve lo assicuro): qualcuno l'aveva appoggiato su una pietra, altri lo tenevano in mano. “Lo porto a casa per farlo assaggiare anche a mia mamma… al mio fratellino…”. Nessuno ha lanciato il biscotto al posto del cerchietto!!
È un'abitudine diffusa nei bambini, quella di portare a casa per condividere, forse anche frutto di una povertà economica, ma sicuramente un gesto ricco e potente.
Anafre y panel
Dall'inizio di gennaio, dopo l'operazione navale e terrestre in Venezuela, la situazione per la gente di Cuba si sta ulteriormente complicando: la carenza di combustibile per le centrali elettriche e per il trasporto si sta facendo sentire e influisce pesantemente sulla vita di tutti. Ecco allora che anch'io mi sono mosso, come stanno facendo da mesi molte persone, per l'acquisto di due strumenti: un “anafre” (una sorta di braciere per cucinare con il carbone) e un piccolo pannello fotovoltaico da utilizzare per la ricarica di batterie (del cellulare, delle torce elettriche, del ventilatore portatile). Camminando per strada, guardavo i due oggetti che tenevo in mano: con la destra trasportavo una tecnologia secolare, realizzata in ferro saldato; con la sinistra una tecnologia proiettata al futuro, composta con materiali innovativi. Entrambi utili e necessari, anafre y panel, in questo frangente storico, sociale ed economico dell'isola caraibica. Un contrasto tecnologico che rispecchia molti altri contrasti ai quali ci si deve abituare, piegando il capo.
Non traggo delle conclusioni, solo vi consegno queste immagini.
Un caro saluto a tutti voi che avete stabilito un legame con questa terra e con questo popolo.
don Davide
Lettera 10, dicembre 2025
Palma Soriano - Cuba
Mi sto accorgendo di quante tradizioni e consuetudini siano così radicate in me che quasi non me ne rendo conto. Per esempio trascorrere il tempo natalizio qui a Cuba, nel clima tropicale, è tutta un'altra cosa: sole splendente, con temperature che di notte scendono a 15-17 gradi, ma che di giorno arrivano a 25-28. Abituato al freddo di dicembre del nord Italia, mi è sembrato che mancasse qualcosa per creare la “giusta atmosfera”.
Oppure il contrasto tra l'anticipo esagerato nel porre luci, decorazioni e prodotti natalizi, soprattutto nei centri commerciali delle nostre città, e l'assenza qui pressoché totale di qualsiasi luminaria esterna: le uniche che ho potuto vedere qui sono quelle di un albero di Natale stilizzato sul terrazzo della chiesa che illumina la piazza sottostante (quando c'è la corrente elettrica), una piccola renna e un babbo Natale davanti a due bar. La stragrande maggioranza delle persone poi, anche tra coloro che frequentano la parrocchia magari da pochi anni, non conoscono il presepe: mi ha fatto sorridere e pensare quando una catechista, preparando con i bambini un piccolo presepe con personaggi ritagliati nel cartoncino, ha parlato dell'asino e della mucca (non del bue!) e poi li ha posizionati vicino alle pecore e ai pastori e non nella grotta, perché non sapeva di questa tradizione legata a San Francesco d'Assisi (santo, tra l'altro, che molti cristiani di qui non conoscono).
Insomma: quanto per me risulterebbe scontato, qui non lo è. Ciò vale sicuramente per moltissimi altri paesi del mondo, è chiaro. Qui si può comprendere meglio questa “assenza” del Natale considerando che fino alla storica visita all'isola di papa Giovanni Paolo II, nel gennaio del 1998, il Natale era stato “cancellato”: fu reintrodotto nel calendario cubano come segno di rispetto nei confronti del papa e di distensione nei rapporti con la Chiesa (fino ad allora molto osteggiata). Ma il Natale vissuto quest'anno ha avuto per me un tratto tutto particolare al quale dovrò abituarmi: la sua lunghezza. Abbiamo iniziato a celebrare la Messa della nascita di Gesù e ad augurare “Feliz Navidad” il 12 dicembre! Dovendo visitare le sedici piccole comunità cristiane sparse nel territorio e avendo qualche difficoltà negli spostamenti a motivo della scarsità di carburante per l'auto, l'unica opportunità per celebrare il Natale è stata quella di anticiparla.
E così, ecco comparire i costumi per rappresentare il presepe vivente: le tuniche per Maria e Giuseppe, gli abiti dei pastori e dei Re Magi, le vesti bianche per gli angeli e la stella, la corona di Erode, la statua di Gesù bambino. È stata per me l'occasione per prendere atto che il racconto della nascita di Gesù era conosciuto da alcuni e ascoltato per la prima volta da altri, bambini e adulti. Tutto questo mi sta servendo, una volta di più, per ripensare il mio modo di parlare, di spiegare o di raccontare del Signore e della Chiesa, della fede e della vita. Il mio “giorno di Natale” quest'anno è durato quattordici giorni! Grande opportunità per ringraziare Dio per questo suo modo così sorprendente di agire nella storia di questa nostra umanità e per lasciarmi interrogare sulle conseguenze, nella mia vita e missione, della scelta di Gesù di nascere tra gente umile e ai margini, portando con sé l'annuncio angelico della pace in terra. Utile per me, in questa riflessione, una frase tratta da un articolo riguardante i primi mesi del pontificato di papa Leone XIV, dove l'autore così rilegge l'azione del pontefice: “Guidato da una teologia della speranza, in cui Cristo resta al centro, i poveri il criterio, l’educazione la via, la pace lo stile e la comunione la struttura”. Mi sembra un buon modello da imitare!
Approfitto di questa lettera per ringraziare tutti coloro che mi hanno raggiunto con gli auguri natalizi e per l'anno nuovo, ma anche per ringraziare tutti quelli che, senza farmelo sapere, mi stanno accompagnando con l'affetto e la preghiera. Grazie a tutti e tante benedizioni a coloro che, in questi giorni, poseranno lo sguardo con fiducia sul Bambino di Betlemme. don Davide
Lettera 8, novembre 2025
Palma Soriano - Cuba
Che esperienza è stata assistere alla forza devastante di un ciclone? Fare i conti con “Melissa” non è stato uno scherzo. Anzitutto nei giorni precedenti il passaggio, quando ormai la Giamaica era stata colpita e le previsioni si facevano sempre più precise: tutto un lavorio per mettere in sicurezza ambienti e oggetti, cercando di individuare le zone più riparate dove depositare il materiale e di rinforzo di porte e finestre per impedire l’irrompere del vento. Poi le ore del passaggio, io chiuso in camera da letto (a motivo dell’orario notturno e perché era uno tra gli ambienti più protetti), mentre i rumori del vento, della pioggia, delle lastre di zinco, di cui sono fatti la maggior parte dei tetti, sbattute o letteralmente fatte volare via, sono stati la “colonna sonora” per almeno sei ore, fino all’alba. Infine, la conta dei danni e il lungo lavoro per togliere l’acqua presente praticamente ovunque e per riparate quanto distrutto, mentre il rincorrersi di notizie riguardanti persone e edifici, l’assenza di corrente elettrica e di acqua potabile, l’interruzione di strade a causa dei piccoli corsi d’acqua trasformati in fiumi di fango hanno fatto da ritornello per diversi giorni.
Questo per quanto riguarda l’evento meteorologico e i suoi contorni.
Ma vorrei utilizzare il ciclone come simbolo di altro che sta accadendo in questa nazione, senza aver alcuna pretesa di una lettura esaustiva di una storia e di un contesto e tantomeno della sua interpretazione.
Una caratteristica dei cicloni è quella di coinvolgere la vita di tutti. Questo mi suggerisce di descrivere in termini di “ciclone” la virosi diffusissima in tutta l’isola. “Dengue” e “Chikungunya” sono i nomi dei virus principali in circolazione già da prima di Melissa, ma che hanno avuto una diffusione soprattutto successivamente, anche a causa dell’assenza di presidi medici, corrente elettrica, acqua potabile e smaltimento rifiuti dovuti alle avversità meteo. Febbre e soprattutto forti dolori alle articolazioni, con gonfiore in particolare alle mani e ai piedi, hanno impedito a moltissimi di alzarsi dal letto per diversi giorni, paralizzando ulteriormente la vita sociale di questa regione. Difficoltà a reperire del semplice paracetamolo e alimentazione inadeguata da diversi anni hanno amplificato l’effetto di queste epidemie (non dichiarate).
Ma c’è un “terzo ciclone” che sta minacciando soprattutto l’oriente di questa nazione. L’effetto distruttivo di vento e pioggia ha causato anche la perdita di semine recenti e raccolti già pronti nei campi (oltre all’abbattimento di coltivazioni di banane, caffè, mango e altri alberi da frutto). Ciò significa che nei prossimi mesi sarà molto più complicato reperire alimenti per chi, gente comune, non può permettersi di recarsi a comprare nei numerosi negozi “in dollari” che stanno aprendo con prezzi americani o europei. Il “terzo ciclone”, più silenzioso e umiliante, si chiama “hambre”, cioè “fame”.
Aiuti umanitari, soprattutto in cibo per ora, sono arrivati da associazioni internazionali e stati; io stesso sono testimone della generosità di molti di voi che hanno voluto dare un contributo economico. La Chiesa cattolica è stata coinvolta con Caritas per far giungere questa generosità alle persone più bisognose e il lavoro in parrocchia è stato intenso: speriamo di poter continuare in futuro a distribuire riso, olio, lenticchie, scatolette di carne o pesce, sapone, biscotti, … Nella consapevolezza che si tratta di una goccia nel mare. Quando si deve agire sull’emergenza, ma non si mette mano sulle molteplici cause che l’hanno generata, si continuerà a mettere cerotti su ferite ampie, sapendo che un cerotto è meglio che niente!
Così arriviamo al “quarto ciclone” che porta una delle caratteristiche più temute: la velocità (o lentezza) del passaggio. In Italia abbiamo imparato a conoscere le cosiddette “bombe d’acqua”, gli eventi estremi di pioggia e vento che colpiscono solitamente una zona molto limitata del territorio in un tempo molto breve; si parla ad esempio della pioggia di un mese o una stagione che cade in un quarto d’ora. Ecco, immaginate una “bomba d’acqua” che dura per due, tre, sei ore: diventa un “bombardamento” e di fatto l’esito lo richiama. Il “quarto ciclone” sta passando molto lentamente su questo paese, da decenni, lasciando molte macerie negli esseri umani. È legato alla storia di questa isola ed è impossibile stabilire per quanto tempo perdureranno gli effetti disastrosi. Ma questa è un’altra storia.
Tutto nero? Non c’è speranza per un futuro migliore? Solo note negative?
C’è un’espressione della Bibbia, contenuta nel libro del profeta Isaia, che mi sta accompagnando in queste settimane:” Poiché così dice il Signore Dio: nel tornare a me e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza, ma voi non avete voluto” (Isaia 30,15).
Come cristiano comprendo bene che c’è sempre un’opportunità da cogliere, in qualsiasi circostanza ci si possa trovare. Nell’agitazione, talvolta un po’ superba, talvolta rabbiosamente depressa, che ritiene di dover risolvere tutti i problemi, non si può fare bene il bene. Quando si ritorna alla radice sicura, tutto si può affrontare.
Anche i “cicloni” della vita.
don Davide
Dopo otto mesi dall’arrivo a Cuba, don Davide pone alcune riflessioni sulla realtà sociale, religiosa e culturale che sta vivendo oggi
Lettera 7, ottobre 2025
Palma Soriano - Cuba
Sono le domande che mi sento rivolgere molte volte al giorno, la medesima domanda che mi giunge ad ogni messaggio o telefonata dall’Italia. “Come sta? Come va?”
In questa lettera di ottobre non mi limiterò a rispondere: “tutto bene!”, ma ne approfitterò per andare un poco in profondità per tentare di rispondere anzitutto a me stesso; chi mi conosce sa bene che non è mia abitudine condividere aspetti che mi riguardano.
Dopo otto mesi dal mio arrivo a Cuba, come sto in questa realtà sociale, religiosa e culturale così differente?
Pochi mesi (o tanti?) sono sufficienti per rileggere alcune fasi che si sono
succedute: l'entusiasmo degli inizi, con un mondo tutto da scoprire; lo scontro con una condizione di vita quotidiana non sempre favorevole; una prima conoscenza delle persone più vicine alla parrocchia, i collaboratori delle diverse attività, le catechiste, i giovani, gli animatori di comunità; il fare i conti con il senso di impotenza di fronte alle mille necessità dei poveri e delle famiglie; il crescere nella consapevolezza che ci vorranno anni per comprendere meglio le ragioni della condizione di vita attuale; il senso di frustrazione constatando che basta un temporale perché le strade diventino impraticabili e non si possano raggiungere i villaggi di campagna come programmato e la gente non esca di casa (e i temporali sono frequenti!); non da ultimo la fatica di comunicare in una lingua che sta diventando sempre più familiare, ma rimane pur sempre “un'altra lingua”, con la necessità di farsi ripetere le cose o nel timore di non essere stato compreso.
Sono questi alcuni degli aspetti che hanno attraversato il mio animo. Nulla di insormontabile, tutto già messo in conto e prevedibile (molti punti riguardano ogni cambio di parrocchia anche nella stessa diocesi di Milano). Eppure credo che abbiano inciso a livello inconscio e il segnale del sonno
notturno non sempre regolare e riposante ne è la conseguenza. Ma sto bene. Non lo dico per rassicurare, è la realtà!
Anche il fisico sta tentando di adattarsi: alimentazione differente (mi
manca la verdura fresca!), caldo umido, ritmi giornalieri inizialmente inconsueti (alle 19.00/19.30 tutto si blocca, soprattutto ora che le giornate si stanno accorciando, come in Italia, e spesso manca la corrente e quindi il buio cala sulla città…), infezioni veicolate da zanzare e insetti con tutta
l'attenzione che questo richiede (ho avuto un paio di episodi con febbre o malessere generale, tutto nella norma).
Mentre scrivo mi domando se non stia correndo il rischio di suscitare un allarmismo inutile. Mi raccomando: niente allarmismi in chi leggerà! Perché non c'è motivo per allarmarsi.
Come sto affrontando le nostalgie? Perché certamente mi stanno mancando persone, amicizie e affetti sui quali normalmente potevo contare (so benissimo che anche ora posso contare su di esse, ma la distanza e l'impossibilità di incontrarsi o semplicemente di sentirsi stanno marcando un vuoto). Rispondo dicendo che tale mancanza favorisce in me i ricordi, forse anche un poco di malinconia, e al tempo stesso alimenta il desiderio di poter nuovamente incontrare, raccontarsi, condividere: vi confesso che non vedo l'ora di un po’ di vacanza per rientrare al paese e in famiglia! L'importante è che anche su questo aspetto ci sia una buona dose di serena pazienza.
E la mia fede? Come sta? Non vi è dubbio che, quando si vivono momenti nei quali occorre trovare un nuovo ordine, anche lo spirito venga coinvolto in questa ricerca. La mia fede nel Signore Gesù rimane fresca e meravigliata, sempre! Non posso che ringraziare Dio per questo. Oltretutto il mio “dover” celebrare la Messa quotidianamente, anche più volte al giorno, e il contatto con i poveri sono una buona garanzia di stabilità. Ma anche qui sono cambiate consuetudini, riferimenti, tradizioni: in una chiesa secolare, ma che fa i conti con una sua storia tutta originale e con un sincretismo religioso (cioè un miscuglio confuso di credenze religiose di varia provenienza) niente va dato per scontato, considerando anche che la maggioranza della gente che frequenta la parrocchia ed è impegnata nei vari servizi non ha un cammino di fede che di pochi anni. Questo mi sta chiedendo di semplificare molto il mio pensiero e il mio parlare, andando all'essenziale. Vedo e vivo questo come un'opportunità non scontata per ritrovare costantemente il fondamento della mia e nostra fede.
Alla fine…come sto?
Al posto giusto nel momento giusto della mia vita di uomo e di cristiano, con tutti gli aggiustamenti necessari per vivere al meglio il presente, cioè il tempo che mi è dato. Mi auguro che ciascuno di noi possa vivere pienamente il tempo che gli è dato.
E spero di rivedervi presto!! (ma non sarà tanto presto…).
don Davide
Palma Soriano (Cuba) - Giugno 2025
Lo scorso anno si sono celebrati i cinquecento anni di fondazione della Diocesi di Santiago de Cuba, testimonianza della presenza secolare del cristianesimo in quest’isola. Una Chiesa custode di fede e tradizioni, alle prese con cambiamenti epocali come in tutto il resto del mondo, una Chiesa che saluta con orgoglio il secondo Papa latino-americano. Eppure, oggi ci si trova anche nel contesto di “prima evangelizzazione”. Questa condizione è l’esito di un percorso storico e sociale che ha riguardato questo popolo; pur mantenendo un senso religioso diffuso (che fa riferimento a Dio e alla Vergine Maria, oppure alla santeria – che nasce dal sincretismo di elementi della religione cattolica con altri della religione tradizionale yoruba, praticata dagli schiavi africani e dai loro discendenti a Cuba, in Brasile, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Panama), ha smarrito in gran parte la connotazione “cristiana”.
Così succede che qualcuno, rivolto con devozione alla statua della Madonna, rimanga sorpreso nel sapere che si tratti della madre di Gesù. Non sono certo in grado di dare una lettura e interpretazione di quanto è accaduto o sta accadendo ora nell’esperienza di fede di questo popolo, anche a motivo dell’assoluta parzialità di tempo e di spazio della mia esperienza qui; ma non posso non cogliere alcuni segnali, nella logica del piccolo seme gettato nel terreno, come un invito a guardare con fiducia al futuro della Chiesa cubana.
Qualche settimana fa, in uno dei villaggi che fanno parte della Parrocchia di Nostra Signora del Rosario, è stata fatta una proposta “audace”, perché nuova: sono stati invitati a una domenica insieme, i genitori di una dozzina di bambini e ragazzi che abitualmente frequentano la catechesi e la messa (il sabato mattina, a settimane alterne). Per poterli conoscere, almeno vederli una volta. Insieme genitori e figli per ascoltare, cantare, pregare, giocare, pranzare. È stata davvero una mattinata speciale, da replicare in altre comunità, dove le condizioni lo permetteranno. Erano presenti tutte le mamme, solo le mamme… Nessun giudizio o ironia. Attraverso una rappresentazione proposta da alcuni giovani e una semplice riflessione accessibile a piccoli e grandi ci si è soffermati sull’esperienza dell’incontro di Pietro con Gesù.
La scena è narrata nel Vangelo di Luca, al capitolo 5. Pietro ha appena intuito la straordinarietà di quel maestro che ha parlato alla gente stando sulla sua barca e contemporaneamente si è riconosciuto inadeguato; gettandosi ai piedi di Gesù lo supplica: ”Allontanati da me, perché sono un peccatore”. E la proposta di Gesù: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”; è l’invito a seguirlo per una vita “altra”. È seguita un’attività a gruppi, con la domanda rivolta da don Adriano, il parroco, alle mamme: “Cosa vi ha detto questa scena del Vangelo?”. Che tenerezza vedere quelle donne sedute in circolo tra il sorpreso e l’imbarazzato per la situazione inedita. Poi qualcuna ha cominciato a dire qualcosa, poi un’altra e così via. Riferisco solo una di queste condivisioni: ”Non avevo mai sentito questo racconto, mi è piaciuto, mi è piaciuto molto, perché ho capito che il Signore non si ferma a dire che Pietro è un peccatore, ma si fida di lui e gli regala la sua amicizia”.
Non è meravigliosa questa semplice considerazione? Che esperienza di vita ci sarà dietro tali parole? Quella donna ha sentito risuonare il Vangelo della misericordia. Il seme è stato gettato.
Alcune di loro non sono battezzate, hanno sentito parlare di Dio e della Chiesa soprattutto dalle nonne, donne che hanno ricevuto una formazione cristiana dalle numerose suore presenti nel paese caraibico fino a metà del secolo scorso.
Un secondo segnale mi invita alla speranza. Un mese fa una signora ottantenne ha ricevuto la Prima Comunione; la settimana scorsa una signora ottantaduenne, emozionatissima, ha ricevuto il Battesimo; nella Domenica della Santissima Trinità quattordici adulti hanno celebrato il Battesimo e la Prima Comunione dopo un ampio cammino di preparazione: un giovane diciottenne e tredici donne tra i 16 e i 65 anni (la fascia che manca per unire i tanti bambini coinvolti nell’iniziazione cristiana e gli anziani che conservano una tradizione). Il tutto dentro una comunità parrocchiale vivace, che è cresciuta negli ultimi 25 anni, impegnata da sempre a custodire, vivere e annunciare la fede nel Signore Gesù in un contesto che ha attraversato anni molto bui e duri.
Altri adulti e giovani si stanno formando nelle piccole comunità di campagna per celebrare i sacramenti; certo, se guardiamo ai numeri, tutto appare come irrilevante. Eppure, il seme fiorisce.
Si intrecciano, come sempre e ovunque è stato e sarà, il tempo della semina del Vangelo, il tempo della cura dei germogli e il tempo del raccolto.
Non mancano gli ostacoli legati alla storia di questo paese, alla seduzione che arriva da modelli di vita illusori e distruttivi, alle divisioni talvolta accese tra diverse confessioni cristiane presenti sul territorio, alle difficoltà della vita quotidiana che stanno togliendo il respiro.
C’è speranza per la Chiesa cubana. Una Chiesa “al femminile” e per questo “tenace e vicina”.
C’è speranza per questo popolo.
don Davide
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